Thich Nhat Hanh

Thich Nhat Hanh (Thay)

Thich Nhat Hanh Maestro Buddista ZenULTIM’ORA !!! Thich Nhat Hanh è tornato in Vietnam, il 29 agosto

Thich Nhat Hanh è un monaco buddhista zen dall’età di 16 anni, nato nel 1926 nei pressi di Hue nel Vietnam centrale. Da sempre offre la meditazione per nutrire la felicità, coltivare la pace e la riconciliazione interiori, nella famiglia, nella comunità e nel mondo; vive in Francia nella comunità di meditazione Plum Village, in Dordogna. Martin Luther King lo propose come premio Nobel per la pace nel 1967. Poeta e attivista non-violento, fin da bambino parlava una lingua europea, il francese.

Thich Nhat Hanh ha rinnovato la tradizione buddhista e -grazie all’ascolto di tante persone e famiglie nei suoi viaggi per porre fine alla Guerra in Vietnam, e in seguito per insegnamenti di meditazione, e anche alle sue straordinarie competenze linguistiche- ha potuto offrire queste meditazioni millenarie alla mentalità moderna in tutto il mondo; mettendo in evidenza la preziosità e la bellezza insite in ognuno di noi e invitando i praticanti di meditazione a coltivare le proprie radici spirituali e culturali anche con apposite meditazioni.

I miei studenti sono anche i miei insegnanti. Quante cose imparo da loro. (…).Un insegnante deve essere nello stesso tempo uno studente, e uno studente deve essere nello stesso tempo un insegnante. Ricordandolo, trarremo beneficio l’uno dell’altro.

Thich Nhat Hanh

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Negli anni ’50 Thay si impegnava per il rinnovamento del buddhismo perchè potesse rispondere ai bisogni della moderna società vietnamita, incontrando difficoltà da parte di alcuni membri conservatori della gerarchia. Fondò sulle montagne il monastero Phuong Boi in cui di tanto in tanto soggiornava per raccogliere energia e nutrimento; con i suoi allievi fu costretto ad abbandonarlo a causa del proprio impegno a favore per la pace nella Guerra del Vietnam.

Su invito della Princeton University, nel 1961 si recò negli Stati Uniti per due anni come Studioso di Religioni Comparate. Vivendo nel campus con gli studenti ebbe modo di approfondire la comprensione della mentalità occidentale. Incontrò i fermenti culturali e politici degli anni ’60, e la meditazione buddhista in forme prese tali e quali dalle tradizioni asiatiche senza adattamento alla coscienza collettiva delle culture nazionali occidentali. Continuò il suo cammino alla scoperta di Gesù come uno dei suoi antenati, cammino non facile perché la colonizzazione del mio paese da parte dei francesi era strettamente collegata all’opera dei missionari cristiani.

Nel 1963, in seguito alla caduta del regime “cattolico” dei fratelli Ngo Dinh nel Vietnam del sud, un monaco conservatore che precedentemente l’aveva osteggiato invitò Thay a tornare in patria per rinnovare il Dharma e impegnarsi per la pace (in seguito Thay dirà quanto meravigliosa sia l’impermanenza). Ma dopo pochi mesi la sua piattaforma di pace fu rifiutata dalla gerarchia buddhista che gli tolse ogni appoggio e sostegno. La propaganda radiofonica delle parti in conflitto lo accusava di essere un comunista e un agente della CIA, entrambe le accuse erano come condanne a morte. Intanto il movimento buddhista per la pace e per le elezioni indipendenti raccoglieva il consenso della maggioranza dei vietnamiti buddhisti, la maggioranza della popolazione, con adesioni a digiuni collettivi, petizioni e dimostrazioni, con arresti in massa di monaci, monache e laici, detenzioni e torture. Continuavano le auto-immolazioni per la pace di monaci e monache pur essendo vietate dai monaci e dalle monache.

Con Sister Chan Khong diede vita al SYSS, movimento di resistenza non-violenta costituito da monaci, monache e laici che con la pratica meditativa operava nella ricostruzione dei villaggi bombardati o distrutti dalle alluvioni e nell’aiuto alla popolazione rurale vittima della violenza di entrambi i contendenti; anche i volontari del SYSS subivano violenze da entrambe le parti in guerra che li ritenevano alleati del nemico.

Alla fine del testo Thay ricorda il SYSS in un insegnamento sulla meditazione dell’ inclusività (kshanti, “termine qualche volta erroneamente  tradotto con “pazienza” o “sopportazione””)

Nel 1966 i pacifisti cristiani americani della Fellowship of Reconciliation (F.O.R.) lo invitarono negli Stati Uniti. L’anno precedente l’avevano incontrato in Vietnam:          -Fratello Nhat Hanh, so che quello che ora ti sto chiedendo ti metterà in grave pericolo personale. Ma il popolo americano ha bisogno di ascoltare le vostre parole. Ho fede che quando ascolterà la vostra storia si muoverà all’ azione. Verrai?                                    -Non so che cosa porterà il domani. Non importa che cosa succederà; la mia fede è la terra stabile sulla quale mi appoggio. In questo momento, Mr. Hassler, state costruendo un ponte sul fiume che spesso scorre tra la fede e l’azione.

Poco prima di lasciare il paese fondò l’ Ordine dell’Interessere per la pratica del buddhismo applicato alla vita quotidiana e diede le prime ordinazioni. A seguito di questo viaggio fu accusato di tradimento dal regime filo-americano del Vietnam del sud e non gli fu più consentito di ritornare per 39 anni complessivi di esilio anche dai governi del regime “comunista” del Vietnam riunificato nel 1975, dopo la fine della guerra; governi che continuarono per molti anni la persecuzione dei monaci e delle monache che si ispiravano a Thich Nhat Hanh.

Viaggiò per la pace in America, in Europa, in Australia, incontrando pacifisti cattolici e protestanti commossi dalla sua presenza, messaggio, ascolto profondo e parola amorevole. L’amicizia di Thich Nhat Hanh con

Thich Nhat Hanh

Pace in se stessi, Pace nel mondo

Martin Luther King fece sì che il Pastore fino allora favorevole all’intervento militare americano in Vietnam, prendesse posizione contraria (vedi foto della Conferenza stampa congiunta in cui il dottor King si pronuncia  contro la guerra); l’anno seguente, nel 1967, candidò Thay al Nobel per la Pace scrivendo al Nobel Institute: Non conosco nessun altro che sia più degno di ricevere il Premio Nobel per la Pace di questo mite monaco vietnamita. Ebbe colloqui significativi con i senatori Fullbright e Ted Kennedy, con il segretario alla difesa Mc Namara e altri leader statunitensi. Secondo alcuni osservatori americani questa amicizia e questi colloqui cambiarono il corso della storia degli Stati Uniti.

Alla fine del testo c’è una lettera a Martin Luther King dal Vietnam, 1 giugno 1965, IL VERO NEMICO DELL’UOMO.

Nella pratica del non-dualismo, dell’ inter-essere e del non-giudizio verso le responsabilità della Chiesa cattolica nell’escalation del conflitto e nell’auspicio che i milioni di cattolici vietnamiti si unissero ai buddhisti nella azione non-violenta per il “cessate il fuoco” – nel 1966 fece appello a Papa Paolo VI in occasione dell’udienza del 13 luglio.

Alla fine del testo c’è l’APPELLO A PAPA PAOLO VI.

Nel 1968, a Parigi, le superpotenze avviarono i negoziati di pace per il Vietnam che culminò negli accordi del 1973. (Le quattro delegazioni erano formate dalla Repubblica Democratica del Vietnam, cioè i comunisti del Nord sostenuti da URSS e Repubblica Popolare Cinese; la Repubblica del Vietnam, cioè i nazionalisti filo-americani del Sud; il Fronte di Liberazione Nazionale, cioè i sud-vietnamiti alleati con in comunisti del Nord; Stati Uniti d’America direttamente impegnati nella guerra. Co-organizzatori e osservatori erano l’URSS, la Repubblica Popolare Cinese, la Francia e il Regno Unito).  Nel 1969 gli studenti di Thich Nhat Hanh dell’Associazione dei buddhisti vietnamiti all’estero organizzarono un convegno per presentare il punto di vista dei contadini vietnamiti, la maggioranza senza voce della popolazione che stanca di subire bombardamenti aerei e di mortai e azioni di terra da entrambe le parti per promesse fatte da stranieri, non aveva ancora nessun rappresentante alla conferenza. All’incontro partecipò –ricorda la monaca Sister Chan Kong nel suo libro Learning True Love / Practicing Buddhism in a Time of War, edizione italiana L’arma del vero amore– anche “Danilo Dolci, l’oppositore nonviolento della mafia siciliana” (nato da madre slovena e padre siciliano da giovane fu arrestato come antifascista in Piemonte e in seguito artista poliedrico e geniale attivista, educatore nonviolento oppositore della mafia). Fu riconosciuta la Delegazione vietnamita buddhista per la pace (VBPD) che partecipò al tavolo delle trattative di Parigi e il cui portavoce fu Thich Nhat Hanh. La delegazione viveva e lavorava nella indigenza traslocando da un piccolo appartamento all’altro nella banlieu parigina.

Puoi trovare in fondo al testo alcuni dei tanti ricordi di Sister Chan Kong sulla Delegazione vietnamita buddhista per la pace e su Thay in quei giorni.

Sister Chan Kong (uno dei più anziani collaboratori di Thay, prima dell’esilio riuscì a sfuggire a detenzioni dopo gli arresti grazie al fatto che svolgeva un incarico di insegnante di Botanica presso l’Università) nel 1969 parlò alla televisione italiana nell’ ambito della rubrica “Ogni settimana, un volto, una storia”. La sezione italiana del FOR la invitò “a Palermo per partecipare assieme a Danilo Dolci a un seminario per assistenti sociali nell’ambito di un programma di sviluppo della Sicilia.

La devastazione ambientale in Vietnam e Laos causata dai bombardamenti americani con diserbanti e napalm e l’importanza storica e strategica del Vietnam portò nel 1970 a una visione della pace singolare per quegli anni: il progetto di protezione ambientale Grande InsiemeDai Dong, in anni in cui l’attuale parola globalizzazione era ancora di là da venire. Nel 1972 tale manifesto fu presentato anche in occasione della Conferenza di Stoccolma delle Nazioni Unite sull’ambiente in una conferenza indipendente molto partecipata influenzando la Conferenza ufficiale.

Alfred Hassler ricorda un curioso episodio  che trovi in fondo.

Dopo la fine della guerra (1975) all’epoca dell’esodo dei Boat People, Thay e i suoi collaboratori sensibilizzarono l’Alto commissariato per i rifugiati politici dell’ONU (UNHCR) per soccorrere in mare le imbarcazioni di fortuna che spesso venivano allontanate dalla costa dai governi dei paesi del Golfo del Siam. Thay, scosso da ciò che vide, scrisse una poesia in occasione di un’ assemblea dell’UNCHR che apparse sui giornali di tutto il mondo. Con Sister Chan Kong e altri collaboratori noleggiò una nave cargo e una nave cisterna per soccorrere i Boat People.

In fondo puoi trovare una delle poesie di Thay –Per favore, chiamami con i miei veri nomi- dedicata a tutti coloro che  fuggono dal proprio paese. Scrisse questa poesia con la consapevolezza del respiro per abbraccia la rabbia, colpito dalla notizia che una ragazzina dodicenne si gettò in mare dopo essere stata violentata da pirati. E’ un insegnamento, una meditazione sull’ interessere tra le persone e i fenomeni.

In seguito iniziò a offrire in Francia e in tutto il mondo ritiri di meditazione, di consapevolezza-mindfulness per famiglie e individui, insegnanti, psicoterapeuti, reduci militari, attivisti sociali e ambientali, membri delle forze dell’ordine, rappresentanti politici, neuroricercatori e fisici.

Thich Nhat HanhNel 1982 fondò Plum Village in Francia, una comunità per la pratica della meditazione e mindfulness-consapevolezza.

…questo è quello che noi chiamiamo buddhismo applicato. Perché il buddhismo che è insegnato negli istituti buddhisti e nelle università è il “buddhismo del cervello”. Dopo che avete preso un dottorato in studi buddhisti sapete molte cose sul buddhismo, ma ancora non sapete come trattare la sofferenza in voi, non sapete come generare gioia e felicità e ristabilire la comunicazione e riconciliarsi. Così abbiamo bisogno del buddhismo applicato, il tipo di buddhismo che studiamo e pratichiamo. E per questo tipo di buddhismo applicato non avete bisogno di essere buddhisti per praticarlo. Molte persone che vengono ai nostri ritiri non sono buddhisti e praticano molto bene, possono trasformare e guarire, ed è per questo che a Plum Village attualmente noi parliamo di etica applicata e cerchiamo di evitare la parola “buddhismo”. In ogni caso il buddhismo è fatto solo di elementi non-buddhisti e dovreste essere liberi dal buddhismo!

Nel 2000 l’UNESCO lo incaricò di elaborare il Manifesto 2000 per una cultura di pace.

Nel 2005 il governo del Vietnam permise che Thay –dopo almeno dieci anni di richieste al Comitato Centrale del Partito Comunista e al Governo da parte di amici in Vietnam e in tutto il mondo- rientrasse in patria con una folta delegazione del suo Sangha–monaci, monache e laici (anche italiani)- per tenere un corso di insegnamenti e pratiche.

Il Monastero di Bat Nha gli viene donato di fronte a una folla di migliaia di persone dall’abate, Venerabile Duc Nghi, perché diventi un centro monastico di formazione nella tradizione di Plum Village. L’istituzione del centro di pratica di Bat Nha riceve il sostegno del Governo del Vietnam e della Chiesa Buddhista ufficiale del Vietnam. 500 monaci e monache sono ordinati nella tradizione di Plum Village tra il 2005 e il 2009. Il Vietnam con questi viaggi di Thay, che viene finalmente riconosciuto da tutti, in Patria è percorso da un’ ondata di gioia calma, tranquilla, “orientale”, dal desiderio di rinnovamento e trasformazione anche tra gli alti funzionari del Partito comunista e del Governo che lasciata andare paura e diffidenza dei primi mesi, numerosi partecipano turbati e commossi ai Discorsi di Dharma di Thay che sono anche  una chiara e compassionevole visione del fallimento morale e sociale della politica del Partito e del Governo. Indimenticabile per chi scrive e per gli altri amici italiani le due mattinate alla Scuola di studi politici “Ho Chi Minh”, marzo 2005 a Hanoi, nella Capitale; indimenticabili le lacrime sui volti di funzionari di Partito, donne e persino uomini, che nella seconda mattinata scioglievano la tensione del viso e del corpo nella giornata precedente (eravamo seduti a lato della “platea”, la piccola sala incredibilmente ricolma,  insieme a tanti studenti di Thay dall’Occidente, anche vietnamiti della Diaspora in Occidente). Anche i cattolici – perseguitati come i monaci e le monache che seguivano Thay- erano molto felici, come ci disse il Vescovo della Diocesi (..) che invitò per un thè e cena alcuni noi studenti.

Il rinnovamento, la trasformazione spirituale mette paura in ognuno di noi. Abbiamo paura di lasciare andare abitudini non salutari, idee, nozioni e concetti sul nostro corpo-mente e sul Mondo, non accogliamo la realtà nel momento presente. Nell’agosto del 2008 l’abate del monastero di Bat Nha viene sollecitato dal Governo a ritirare il suo appoggio ai 500 monaci e monache. La polizia delle Provincia inizia a perseguitare con violenze, molestie e provocazioni le monache e i monaci che mai rispondono pur essendo -i ragazzi in Vietnam- addestrati nelle Arti marziali. Nel dicembre 2009 Bat Nha viene evacuato violentemente e distrutto. I monaci e le monache disperse (molti ebbero un salvacondotto in Thailandia su pressione dell’Unione europea e qui ricostruirono Bat Nha dove hanno soggiornato a lungo anche i due monaci italiani di Plum Village).

Thay disse: i miei studenti ancora una volta soffrono per avermi seguito. Nell’autunno del 2009, durante il consueto viaggio biennale negli Stati Uniti la fragilità della salute di questo uomo bassissimo di statura, malnutrito nell’infanzia e ai tempi delle Guerre in Vietnam colpito da malaria, dissenterie, blocco della digestione e grave perdita di peso per tristezza (vedi il Discorso di Dharma Guarire con il respiro, nella sezione articoli, in cui ricorda come si curò sulla terrazza di un ospedale a Tokio nel 1967) si manifesta con una polmonite. Viene ricoverato a Boston al Massachusetts General Hospital da dove comunicò, non potendo essere presente a un ritiro di meditazione nel Sangha: è la prima volta che Thay manca al Sangha (it’s the first time that Thay missed the Sangha). Su questi eventi Thay non accusò il Governo ma offrì un profondo insegnamento sulla molteplicità delle visioni, un insegnamento che si rivolge nella sua universalità a ognuno di noi (UNA CHIAVE PER LA PACE: BAT NHA / A KEY TO PEACE: BAT NHA (bilingue italiano-inglese) – (Educazione alla Pace Napoli 2010, The Koan Bat Nha).

In Italia ha guidato dieci ritiri di meditazione, consapevolezza-mindfulness sempre più partecipati dal 1992 al 2012 e sempre più italiani si recano a Plum Village per coltivare la pratica della consapevolezza-mindfulness, insieme, nel sangha. Nell’agosto 2014 ha offerto a Plum Village un ritiro per italiani La Mente di Amore trasforma le difficoltà che nonostante la crisi economica è stato imprevedibilmente molto partecipato. Nel 2010 visitò a Castelli sul versante adriatico del Gran Sasso il luogo dove nel 2012 è sorto il Centro di meditazione e vita consapevole.

Nel novembre 2014 Thay è stato colpito da emorragia cerebrale; a fine gennaio 2015 è uscito straordinariamente dal coma, stupendo i medici anche per la respirazione e ossigenazione che aveva nello stato di coma. Il parziale recupero delle funzioni motorie e e infine della espressione di alcune parole  è stato soprendente  nei primi sette mesi poi si è rallentato per l’età avanzata, la gravità dell’emorragia e per varie e complesse condizioni di salute per cui non si è mantenuto questo risultato. Queste le prime parole:

In, out – dentro, fuori (più volte); cioè la consapevolezza dell’inspirazione e dell’espirazione

Happy – felice (più volte)

Thank you  – grazie (più volte)
e “Vui quà” (che significa, “così felice”, in vietnamita).
Per chi assisteva fu come una meditazione guidata. Ognuno piangeva e rideva al tempo stesso, incluso Thay.
Oltre ai trattamenti medici e le terapie, ogni giorno Thay ricorda a chi lo assiste e a tutti noi -forti e fragili, in salute e non in salute, in apparente salute- di gioire delle meraviglie della vita, spesso indicando il cielo azzurro e aiutandoci a tornare al momento presente. Talvolta Thay giocosamente inverte i ruoli con i medici e i terapisti, accostando un dito alle sue labbra e invitandoli a fermarsi. In questi momenti spesso ci fa segno di preparare il tè in modo che i medici e i terapisti possano avere la possibilità di apprezzare una tazza di tè in consapevolezza. Una terapista una volta si è inginocchiata al suo fianco guardando fuori dalla finestra e  si è messa a piangere in silenzio. Più tardi ha condiviso con noi che era stata forse la prima volta nella sua vita che si era veramente fermata ed aveva apprezzato l’azzurro del cielo. (dalla lettera dei monaci e delle monache di Plum Village sullo stato di salute di Thay, 8 settembre 2015)

L’1-2 dicembre 2014 è stato invitato a ritornare in Vaticano da Papa Francesco (dopo essere stato ricevuto nel 1966 da Papa Paolo VI, come detto sopra) insieme a altri leader spirituali del mondo per il documento Porre fine alla schiavitù moderna e al traffico umano entro il 2020. Sister Chan Kong ha letto il messaggio di Thay in sua assenza. Sono state giornate straordinariamente uniche nell’ambito del dialogo tra le tradizioni spirituali, che spesso si svolge con dissertazioni intellettuali in un incontro di poche ore. In quelle giornate i leader spirituali hanno vissuto insieme sedendosi in meditazione/preghiera insieme, camminando in meditazione insieme, condividendo i pasti in silenzio e infine il giorno seguente, dopo aver vissuto insieme, hanno sottoscritto detto documento.

Summit Vaticano 2014

Nella foto, a fianco di Papa Francesco, due donne grandi leader spirituali del mondo: alla nostra destra  Sister Chan Kong in rappresentanza di Thich Nhat Hanh, a sinistra Amma.

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Thay ricorda il SYSS in un insegnamento sulla meditazione dell’ inclusività (cioè kshanti, termine alcune volte erroneamente tradotto con “pazienza” o “sopportazione””):

(…) Inclusività è la capacità di ricevere, abbracciare e trasformare. Se la nostra pratica dell’ inclusività non porta con sé il marchio della comprensione, della generosità e della meditazione, stiamo soltanto cercando di sopprimere il nostro dolore e di spingerlo giù nel fondo della coscienza. Questo è pericoloso: quel genere di energia più tardi esploderà e distruggerà noi stessi e gli altri. Se pratichi l’osservazione profonda, il tuo cuore si espanderà senza limiti e soffrirai di meno.

 Il primo discepolo che ho ordinato monaco si chiamava Thich Nhat Tri. Fratello Nhat Tri venne con me e con Sorella Chan Kong in molte missioni di salvataggio delle popolazioni colpite da un’inondazione nel Vietnam centrale, e passò molti mesi in un villaggio povero perché gli avevo chiesto di farlo. Stavamo mettendo su la Scuola dei Giovani per il Servizio Sociale (cioè il SYSS, ndr), e avevamo bisogno di studiare la reale condizione della gente nelle aree rurali. Volevamo trovare un modo di applicare la nonviolenza e la gentilezza amorevole per aiutare i più poveri a migliorare i loro livello di vita. Fu un bellissimo movimento per il miglioramento sociale; alla fine contavamo diecimila lavoratori. I comunisti dicevano che il nostro movimento buddhista era filoamericano, e i mezzi di comunicazione dicevano che noi monaci buddhisti non eravamo che comunisti travestiti che cercavano di organizzare un colpo di stato. In realtà cercavamo soltanto di essere noi stessi, non allineati a nessuna delle due parti in guerra. Nel 1967, Fratello Nhat Tri e altri sette operatori furono rapiti da un gruppo dell’estrema destra, e da allora non se ne seppe più niente.

Un giorno Nhat Tri camminava per le strade di Saigon quando un soldato americano che stava in piedi su un camion militare gli sputò sulla testa. Fratello Nhat Tri tornò a casa e pianse a lungo. Era giovane ed era tentato alla ritorsione: lo tenni fra le mie braccia per mezz’ora, per trasformare quel sentimento di profonda offesa. Gli dicevo: “Bambino mio, non sei nato per imbracciare un fucile. Sei nato per essere un monaco, il tuo potere è il potere della comprensione e dell’amore. Il soldato americano ti considerava suo nemico: era una sua percezione erronea. Noi abbiamo bisogno di “soldati” che possano andare al fronte armati soltanto di comprensione e di amore”. Rimase poi con la Scuola dei Giovani per il Servizio Sociale. In seguito fu rapito e probabilmente ucciso. Thich Nhat Tri è un fratello maggiore dei monaci e delle monache di Plum Village. La sua calligrafia somigliava moltissimo alla mia. Ha scritto bellissime canzoni per i piccoli guardiani di bufali, da cantare in campagna.

(…) Cambogiani, bosniaci, palestinesi, israeliani, tibetani, tutti noi soffriamo a causa dell’ingiustizia e dell’intolleranza. (…) Quando siamo travolti dalla rabbia pensiamo che l’unica risposta possibile sia punire l’altro. Il fuoco della rabbia continua a bruciare in noi, e continua a bruciare anche nei nostri fratelli e sorelle. Ecco la situazione del mondo, ecco perché abbiamo bisogno di osservare in profondità per comprendere che (…).

A suo tempo avevo detto a Fratello Nhat Tri: “Se fossi nato in una famiglia che abita sulla costa del New Jersey (…) anche tu saresti convinto che tutti i monaci buddhisti sono comunisti travestiti, e sputeresti in testa a un monaco”. Gli dissi che (…)

da The Hearth of the Buddha’s Teaching, 1998. Ed. italiana: Il cuore dell’insegnamento del Buddha

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IL VERO NEMICO DELL’UOMO

Da una lettera di Thich Nhat Hanh dal Vietnam a Martin Luther King, 1 giugno 1965.

(…) L’immolazione di monaci buddhisti nel 1963 è di comprensione piuttosto difficile per la coscienza cristiana dell’ Occidente. La stampa parlò allora di suicidio, ma in realtà non si tratta di questo. E neanche di una protesta. Quello che i monaci hanno detto nelle lettere scritte prima di bruciarsi, mirava soltanto a inquietare, a toccare il cuore degli oppressori e a attirare l’attenzione del mondo sulla sofferenza dei vietnamiti. Bruciarsi col fuoco significa provare che ciò che si dice è della massima importanza. (…) Durante la cerimonia dell’ ordinazione, come è praticata nella tradizione mahayana, si richiede al monaco ordinando di bruciarsi sulla sommità del capo (con l’ erba moxa dell’agopuntura, ndr), facendo voto di osservare le duecento regole del bhiksu, di vivere la vita del monaco, di coltivare il risveglio, di dedicare la propria vita alla salvezza di ogni essere. (…).

Bruciandosi, il monaco vietnamita afferma con tutte le sue forze e la sua determinazione che può subire le più grandi sofferenze per la salvezza del suo popolo. Ma perché deve egli bruciarsi mortalmente ? La differenza fra bruciarsi e bruciarsi mortalmente è soltanto una differenza di grado, non di natura. Un uomo che si brucia troppo, morirà. L’importante non è il togliersi la vita, ma il bruciarsi. Lo scopo a cui egli più propriamente mira  è l’espressione della propria volontà e determinazione, non la morte. Nel buddhismo, la vita non è limitata ad un periodo di 60 o 80 o 100 anni: la vita non è confinata a questo corpo: la vita è universale. Quindi esprimere la propria volontà bruciandosi non significa commettere un atto di distruzione, ma eseguire un atto di costruzione, cioè soffrire e morire per il proprio popolo. Questo non è suicidio. Il suicidio è un atto di autodistruzione che può essere dovuto a (…).

Questa autodistruzione è considerata dal buddhismo uno dei delitti più gravi. Il monaco che si brucia non ha perso né coraggio né speranza; né desidera la non-esistenza; egli è molto coraggioso e pieno di speranza e aspira a qualcosa di buono nel futuro. Egli non crede di distruggersi; crede che il sacrificio di sé potrà giovare alla salvezza di altri. (…)

Credo con tutto il cuore che i monaci che si sono bruciati non miravano alla morte degli oppressori, ma soltanto ad un cambiamento della loro politica. I loro nemici non sono gli uomini. Sono l’intolleranza, il fanatismo, il dispotismo, la bramosia, l’odio e la discriminazione che si trovano nel cuore degli uomini. Credo anche, con tutto il mio essere, che la lotta per l’uguaglianza e la libertà che state conducendo a Birmingham nell’Alabama non è diretta contro i bianchi, ma soltanto contro l’intolleranza, l’odio e la discriminazione. Sono questi i veri nemici dell’uomo- non l’uomo stesso. Nella nostra sventurata patria, noi stiamo tentando disperatamente di convincere che non si deve uccidere l’uomo, neanche nel suo stesso nome. (…).

Ora, nello scontro tra le grandi potenze che sta avvenendo nel nostro paese, centinaia e forse migliaia di contadini e bambini vietnamiti perdono la vita ogni giorno, e la nostra terra è spietatamente sconvolta da una guerra che dura già da venti anni (senza calcolare anche la Seconda Guerra Mondiale che interessò violentemente il Vietnam, ndr). Sono certo che voi, impegnati in una delle lotte più dure per l’uguaglianza e i diritti dell’uomo, siete fra coloro che comprendono e partecipano in pieno la sofferenza indescrivibile del popolo vietnamita.

I grandi umanisti del mondo non possono rimanere in silenzio. Si dice che l’America ha una forte base religiosa, e che le guide spirituali non vorrebbero permettere che le dottrine politiche e economiche dell’America fossero private dell’elemento spirituale. Non potete rimanere muti perché siete già stati in azione, e siete in azione perché in voi –per usare le parole di Karl Barth- Dio è in azione. E Albert Schweitzer, con la sua insistenza  sul rispetto per la vita. E Paul Tillich, con il suo coraggio di essere, e quindi di amare. E Niebuhr. E Mackay. E Fletcher. E Donald Harrington. Tutti questi umanisti religiosi, e molti altri, non favoriranno l’esistenza e il perpetuarsi di una vergogna come quella che l’umanità sta soffrendo nel Vietnam. Di recente si è immolato un giovane monaco buddhista, Thich Giac Thanh, per attirare l’attenzione del mondo sulle sofferenze dei vietnamiti, sofferenze causate da questa inutile guerra- e sapete che la guerra non è mai necessaria. Un’altra giovane buddhista, la monaca Hue Thien, stava per sacrificarsi nello stesso modo e con lo stesso intento, ma la sua volontà non si adempì perché non ebbe il tempo di accendere il fiammifero prima che qualcuno la vedesse e intervenisse.. Nessuno qui vuole questa guerra. Perché si combatte allora? E per chi?

Ieri, durante una riunione in classe, un mio studente  ha pregato così: Signore il Buddha, aiutaci a essere pronti a capire che non siamo vittime l’uno dell’altro. Siamo vittime della nostra stessa ignoranza e dell’ignoranza degli altri. Aiutaci a evitare di impegnarci ancora di più nel massacro reciproco cui ci costringe il desiderio di potere e di predominio sugli altri. Nello scrivervi, io, come buddhista, professo la mia fede nell’Amore, nella Comunione e negli Umanisti del mondo, il cui pensiero e atteggiamento dovrebbe essere guida per tutta l’umanità nella ricerca del vero nemico dell’Uomo.

DA THICH NHAT HANH VIETNAM, LA PACE PROIBITA, 1967 Vallecchi Editore, Firenze; traduzione italiana di Rita Imbellone, a cura del Movimento per la riconciliazione – Comitato internazionale di coscienza per il Vietnam. Raccolta di vari documenti e traduzione del libro Vietnam: Lotus in a sea of fire (fiori di loto in un mare di fuoco).

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APPELLO A PAPA PAOLO VI (in occasione dell’udienza, 13 luglio 1966) *:

Nella comunità cattolica del Vietnam numerosi giovani sacerdoti e laici aspirano ardentemente alla pace, come la grande maggioranza del popolo vietnamita. Purtroppo essi non hanno nessun appoggio quando levano la loro voce. La dichiarazione di undici sacerdoti vietnamiti  il 1° gennaio 1966 era l’espressione fedele e pressante non solo della maggioranza dei cattolici ma di tutto il popolo vietnamita. Ma questa voce è stata soffocata dal regime militare sudvietnamita e anche da una frazione di cattolici che sono animati da sentimenti anticomunisti  molto violenti al punto di identificarsi talmente con la politica di guerra americana che essi si sono in gran parte separati dal popolo.

Di tutto cuore chiedo a Sua Santità di aiutarci in questo momento difficile. Se Sua Santità potesse rivolgersi ai nostri fratelli cattolici vietnamiti consigliandoli di cooperare con gli altri gruppi religiosi del Vietnam per fermare questa guerra atroce, la forza spirituale potrebbe vincere la violenza.

Se Sua Santità potesse recarsi nel Vietnam sorgerebbe una nuova speranza per una soluzione di pace onorevole. La Sua presenza a Hanoi, poi a Saigon, sarebbe l’occasione di una “pausa” dei bombardamenti. Questa “pausa” è necessaria. Essa può dare ai belligeranti l’occasione di riflettere e di cambiare politica.

*Fu noto che nel successivo autunno del 1966 Paolo VI inviò mons. Sergio Pignedoli nel Vietnam, per una particolare missione. Secondo il National Catholic Report (19 ottobre 1966), tale missione andava messa in relazione con l’udienza del luglio e l’appello di Nhat Hanh a una collaborazione tra buddhisti e cattolici.

DA THICH NHAT HANH VIETNAM, LA PACE PROIBITA, 1967 Vallecchi Editore, Firenze; traduzione italiana di Rita Imbellone, a cura del Movimento per la riconciliazione – Comitato internazionale di coscienza per il Vietnam. Raccolta di vari documenti e traduzione del libro Vietnam: Lotus in a sea of fire (fiori di loto in un mare di fuoco).

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Alcuni dei tanti ricordi di Sister Chan Kong sulla Delegazione vietnamita buddhista per la pace e su Thay si trovano nel libro Learning True Love / Practicing Buddhism in a Time of War, edizione italiana L’arma del vero amore.

(…) Da quell’umile ufficio facemmo il possibile per distribuire informazioni sulle speranze del popolo vietnamita. (…) Per guadagnarci da vivere, un pomeriggio alla settimana davo lezioni private di matematica, e Thay teneva un corso sulla “Storia del buddhismo in Vietnam” all’Ecole pratique della Sorbona. (…) In bagno eravamo riusciti a sistemare anche un ciclostile. Ogni mattina iniziavamo la giornata con una meditazione seduta individuale nel vari angoli della casa, poi seguiva la meditazione del tè con Thay, che era sempre una festa. Studenti e ospiti venivano a nutrirsi dei meravigliosi insegnamenti di Thay. (…) Alla fine di una giornata intensa, dedicata a leggere e scrivere lettere, tradurre e telefonare, cenavamo tutti assieme. Dopo cena Thay ci invitava a cantare. (…) meditazione seduta. Poi ci separavamo: alcuni tornavano a casa, altri srotolavano i sacchi a pelo e dormivano sul pavimento. (…) padre Daniel Berrigan venne ad abitare da noi per un mese. Thay gli cedette la sua stanza e si trasferì nella sala da pranzo con Pierre e Hong Anh. Un proverbio vietnamita dice: (…).

Sister Chan Kong qualche anno fa in una Condivisione di Dharma raccontò:

Mangiavamo riso spezzato che compravamo in un negozio per animali. Una volta il proprietario ci disse: “ma quanti uccelli avete!”

 

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Alfred Hassler, il leader dei pacifisti cristiani americani della Fellowship of Reconciliation F.O.R., ricorda un episodio chiedendo insieme a Thay fondi per sostenere il progetto di protezione ambientale Dai Dong-Grande Insieme:

-Ricordo un giorno quando andammo a chiedere aiuto a una milionaria per il Dai Dong. Ella disse: Voi lo sapete, credo anche nel buddhismo; se vi do tanto denaro, rinascerò in una famiglia molto facoltosa o come una principessa di famiglia reale?

Tu avevi risposto: il buddhismo è basato sul non-sé…quindi come puoi incarnarti?

-Dissi qualcosa che alla moglie del milionario non piacque, non fu donato alcun contributo. Ma la miglior cosa è che tu, Alfred, non dissi nulla.
In seguito raccontasti ad altri amici questi episodi -questi “gaps”- come momenti particolarmente cari nella nostra amicizia.

Da Peace Comics / The Secret of 5 Five Power, created by Peace Is The Way Films, in memory of Alfred Hassler

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Per favore, chiamami con i miei veri nomi– scritta nel periodo dell’esodo dei  Boat People dopo la fine della Guerra del Vietnam,  quando con la consapevolezza del respiro Thay abbracciò la sua rabbia alla notizia che una ragazzina dodicenne si gettò in mare dopo essere stata violentata da pirati. E’ un insegnamento, una meditazione che incarna l’ interessere tra le persone e i fenomeni; che ispira alla pratica meditativa di lasciare aperte le porte del cuore  in modo che dispiaceri e rimpianti, risentimenti o sensi di colpa non blocchino le porte del cuore: e quindi ci sia in noi il libero fluire di sangue, energia e emozioni, sia salutari che non salutari. Una poesia che ci libera dalle nozioni di spazio-tempo.

Chiamami con i miei veri nomi

Non dire che domani scomparirò, perché arrivo sempre.
Guarda in profondità:  arrivo ogni secondo, per esser un germoglio sul ramo a primavera;
per essere un minuscolo uccellino con le ali ancora fragili che impara a cantare nel suo nido;
per essere un bruco nel cuore di un fiore; per essere un gioiello che si nasconde in una pietra.
Arrivo sempre, per ridere e per piangere, per temere e per sperare.
Il ritmo del mio cuore è la nascita e la morte di tutto ciò che è vivo.
Sono un insetto che muta la sua forma sulla superficie di un fiume.
E  sono l’uccello che, a primavera, arriva a mangiare l’insetto.
Sono una rana che nuota felice nell’acqua chiara di uno stagno.
E  sono il serpente che, avvicinandosi in silenzio, divora la rana.
Sono un bambino in Uganda, tutto pelle e ossa, le mie gambe esili come canne di bambù,
e sono il mercante che vende armi mortali all’Uganda.
Sono la bambina dodicenne profuga su una barca,
che si getta in mare dopo essere stata violentata da un pirata.
E  sono il pirata, il mio cuore ancora incapace di vedere e di amare.
Sono un membro del Politburo, con tanto potere a disposizione.
E sono l’uomo che deve pagare il “debito di sangue” alla mia gente,
morendo lentamente in un campo di lavori forzati.
La mia gioia è come la primavera, così splendente che fa sbocciare i fiori su tutti i sentieri della vita.
Il mio dolore è come un fiume in lacrime, così gonfio che riempie tutti i quattro oceani.
Per favore chiamatemi con i miei veri nomi, cosicché io possa udire tutti i miei pianti e tutte le mie risa insieme,
cosicché possa vedere che la mia gioia e il mio dolore sono una cosa sola.
Per favore, chiamatemi con i miei veri nomi, cosicché  mi possa svegliare
E cosicché la porta del mio cuore sia lasciate aperta, la porta della compassione.

(Essere Pace, Ubaldini Editori)