Thay racconta “le tre domande” di Tolstoj

Da IL MIRACOLO DELLA PRESENZA MENTALE /Un manuale di meditazione (THE MIRACLE OF MINDFULNESS / A MANUAL ON MEDITATION).

Questo libro nasce come una lunga lettera di Thay dall’esilio al Fratello Quang, che nel 1974 era fra i principali responsabili della School of Youth for Social Service nel Vietnam del sud. Questo, qui riportato, è l’ultimo capitolo.

Le tre risposte meravigliose

Per concludere, vorrei riproporvi un racconto di Tolstoj, quello delle tre domande dell’ Imperatore. Chi fosse di preciso, l’autore non sa dirlo…

Un giorno, un certo imperatore pensò che se avesse avuto la risposta a tre domande, avrebbe avuto la chiave per risolvere qualunque problema:

Qual’è il momento migliore per intraprendere qualcosa?

Quali sono le persone più importanti con cui collaborare?

Qual’è la cosa che più conta sopra tutte?

L’imperatore emanò un bando per tutto il regno annunciando che chi avesse saputo rispondere alle tre domande avrebbe ricevuto una lauta ricompensa. Subito si presentarono a corte numerosi aspiranti, ciascuno con la propria risposta.

Riguardo alla prima domanda, un tale gli consigliò di preparare un piano di lavoro a cui attenersi rigorosamente, specificando l’ora, il giorno, il mese e l’anno da riservare a ciascuna attività. Soltanto allora avrebbe potuto sperare di fare ogni cosa al momento giusto.

Un altro replicò che era impossibile stabilirlo in anticipo; per sapere cosa fare e quando farlo, l’imperatore doveva rinunciare a ogni futile svago e seguire attentamente il corso degli eventi.

Qualcuno era convinto che l’imperatore non poteva essere tanto previdente e competente da decidere da solo quando intraprendere ogni singola attività; la cosa migliore era istituire un Consiglio di esperti e rimettersi al suo parere.

Qualcun’altro disse che certe questioni richiedono una decisione immediata e non lasciano tempo alle consultazioni; se però voleva conoscere in anticipo l’avvenire, avrebbe fatto bene a rivolgersi ai maghi e agli indovini.

Anche alla seconda domanda si rispose nei modi più disparati.

Uno disse che l’imperatore doveva riporre tutta la sua fiducia negli amministratori, un altro gli consigliò di affidarsi al clero e ai monaci; c’era chi gli raccomandava i medici e chi si pronunciava in favore dei soldati.

La terza domanda suscitò di nuovo una varietà di pareri.

Alcuni dissero che l’attività più importante era la scienza. Altri insistevano sulla religione. Altri ancora affermavano che la cosa più importante era l’arte militare.

L’imperatore non fu soddisfatto da nessuna delle risposte, e la ricompensa non venne assegnata.

Dopo parecchie notti di riflessione, l’imperatore decise di andare a trovare un eremita che viveva sulle montagne e che aveva fama di essere un illuminato. Voleva cercarlo per rivolgere a lui le tre domande pur sapendo che l’eremita non lasciava mai le montagne e riceveva solo la povera gente, rifiutandosi di trattare con i ricchi e i potenti. Perciò, rivestiti i panni di un semplice contadino, ordinò alla sua scorta di attenderlo ai piedi del monte e si arrampicò da solo su per la china in cerca dell’eremita.

Giunto alla dimora del sant’uomo l’imperatore lo trovò che vangava l’orto nei pressi della sua capanna. Alla vista dello sconosciuto, l’eremita fece un cenno di saluto col capo senza smettere di vangare. La fatica gli si leggeva in volto. Era vecchio, e ogni volta che affondava la vanga per smuovere una zolla gettava un lamento.

L’imperatore gli si avvicinò e disse:”Sono venuto a chiederti di rispondere a tre domande: qual’è il momento migliore per intraprendere qualcosa? Quali sono le persone più importanti con cui collaborare? Qual’è la cosa che più conta sopra tutte?”.

L’eremita ascoltò attentamente, ma si limitò a dargli un’amichevole pacca sulla spalla e riprese a vangare. L’imperatore disse:”Devi essere stanco. Sù, lascia che ti dia una mano”. L’eremita lo ringraziò, gli diede la vanga e si sedette per terra a riposare.

Dopo aver scavato due solchi, l’imperatore si fermò e si rivolse all’eremita per ripetergli le sue tre domande. Di nuovo quello non rispose, ma si alzò e disse, indicando la vanga:”Perchè non ti riposi? Ora ricomincio io”. Ma l’imperatore continuò a vangare. Passa un’ora, ne passano due. Finalmente il sole comincia calare vicino alle montagne. L’imperatore mise giù la vanga e disse all’eremita:”Sono venuto per rivolgerti tre domande. Ma se non sai darmi la risposta ti prego di dirmelo, così me ne ritorno a casa mia”.

L’eremita alzò la testa e domandò all’imperatore:”Non senti qualcuno che corre verso di noi?”. L’imperatore si voltò. Entrambi videro sbucare dal folto degli alberi un uomo con una lunga barba bianca che correva a perdifiato premendosi le mani insanguinate sullo stomaco. L’uomo puntò verso l’imperatore, prima di accasciarsi al suolo con un gemito, privo di sensi. Rimossi gli indumenti, videro che era stato ferito gravemente. L’imperatore pulì la ferita e la fasciò servendosi della propria camicia che però in pochi istanti fu completamente intrisa di sangue. Allora la sciacquò e rifece la fasciatura più volte, finchè l’emorragia non si fu fermata.

Alla fine il ferito riprese i sensi e chiese da bere. L’imperatore corse al fiume e ritornò con una brocca d’acqua fresca. Nel frattempo, il sole era tramontato e l’aria notturna cominciava a farsi fredda. L’eremita aiutò l’imperatore a trasportare il ferito nella capanna e ad adagiarlo sul suo letto. L’uomo chiuse gli occhi e restò immobile. L’imperatore era sfinito dalla lunga arrampicata e dal lavoro nell’orto. Si appoggiò al vano della porta e si addormentò. Al suo risveglio, il sole era già alto. Per un attimo dimenticò dov’era e cos’era venuto a fare. Gettò un’occhiata al letto e vide il ferito che si guardava attorno smarrito. Alla vista dell’imperatore, si mise a fissarlo intensamente e gli disse in un sussurro:”Vi prego, perdonatemi”. “Ma di che cosa devo perdonarti?”, rispose l’imperatore.

Voi non mi conoscete, maestà, ma io vi conosco. Ero vostro nemico mortale e avevo giurato di vendicarmi perché nell’ultima guerra uccideste mio fratello e vi impossessaste dei miei beni. Quando seppi che andavate da solo sulle montagne in cerca dell’eremita, decisi di tendervi un agguato sulla via del ritorno e uccidervi. Ma dopo molte ore di attesa non vi eravate ancora fatto vivo, perciò decisi di lasciare il mi nascondiglio per venirvi a cercare. Ma invece di trovare voi mi sono imbattuto nella scorta, che mi ha riconosciuto e mi ha ferito. Per fortuna, sono riuscito a fuggire e arrivare fin qui. Se non vi avessi incontrato, a quest’ora sarei morto certamente. Volevo uccidervi, e invece mi avete salvato la vita! La mia vergogna e la mia riconoscenza sono indicibili. Se vivo, giuro di servirvi per il resto dei miei giorni e di imporre ai miei figli e nipoti di fare altrettanto. Vi prego, concedetemi il vostro perdono”.

L’imperatore si rallegrò infinitamente dell’inattesa riconciliazione con un uomo che gli era stato nemico. Non solo lo perdonò, ma promise di restituirgli i beni e mandargli il medico e i servitori di corte per accudirlo finchè non fosse sicuramente guarito. Ordinò alla sua scorta di riaccompagnarlo a casa, poi andò in cerca dell’eremita. Prima di ritornare a palazzo, voleva riproporgli le tre domande per l’ultima volta. Lo trovò che seminava nel terreno dove il giorno prima aveva vangato.

L’eremita si alzò e guardò l’imperatore. “Ma le tue domande hanno già avuto risposta”.

Come sarebbe?”, chiese l’imperatore, perplesso. “Se ieri non avessi avuto pietà della mia vecchiaia e non mi avessi aiutato a scavare questi solchi, saresti stato aggredito da quell’uomo sulla via del ritorno. Allora ti saresti pentito amaramente di non essere rimasto con me. Perciò il momento più importante era quello in cui scavavi i solchi, la persona più importante ero io e la cosa più importante da fare era aiutarmi. Più tardi, quando è arrivato il ferito, il momento più importante era quello in cui gli hai medicato la ferita, perchè se tu non lo avessi curato sarebbe morto e avresti perso l’occasione di riconciliarti con lui. Per lo stesos motivo, la persona più importante era lui e la cosa più importante da fare era medicare la sua ferita. Ricorda che c’è un unico momento importante: questo. Il presente è il solo momento di cui siamo padroni. La persona più importante è sempre quella con cui siamo, quella che ci sta di fronte perchè chi può dire se in futuro avremo a che fare con altre persone? La cosa che più conta sopra tutte è rendere felice la persona che ti sta accanto, perchè solo questo è lo scopo della vita”.

Il racconto di Tolstoj sembra un brano di letteratura religiosa: non ha nulla da invidiare a qualunque testo sacro. Parliamo di servizio sociale, di servire la gente, l’umanità, persone che vivono in un paese lontano, di contribuire alla pace del mondo, ma spesso dimentichiamo che le persone a cui dobbiamo dedicarci sono innanzitutto quelle che ci vivono accanto. Se non sapete servire vostra moglie, vostro marito, i vostri figli come potete servire la società? Se non sapete rendere felici i vostri figli, come credete di poter rendere felice qualcun’altro? Se tutti i nostri amici del movimento per la pace o delle comunità di assistenza di ogni tipo non si amano e non si aiutano gli uni con gli altri chi potranno amare e aiutare? Stiamo lavorando per altri esseri umani o solo in nome di un’organizzazione?

Servizio

Servire la pace. Servire i bisognosi. ‘Servire’ è una parola immensa. Riportiamoci innanzi tutto a una dimensione più modesta: la nostra famiglia, i nostri compagni, i nostri amici, la nostra comunità. Dobbiamo vivere per loro; perchè se non sappiamo vivere per loro, per chi altri crediamo di vivere?

Tolstoj è un santo, un bodhisattva, come diremmo noi buddhisti. Ma l’imperatore dal canto suo ha capito il significato e lo scopo della vita? Come possiamo vivere nel presente, viver proprio adesso con le persone che ci circondano, aiutandole a lenire le loro sofferenze e a condurre un’esistenza più felice? Come? La risposta è: esercitando la presenza mentale. Il principio proposto da Tolstoj sembra semplice. Ma se vogliamo metterlo in pratica dobbiamo ricercare la via giusta con i metodi della presenza mentale.

Ho scritto queste pagine per i nostri amici. Molti hanno scritto di queste cose senza averle vissute, ma io ho parlato solo di cose che ho vissuto e sperimentato di persona. Spero che siano di qualche utilità a voi e ai vostri amici nel percorrere la via della comune ricerca, la via del ritorno.

Meditazione del thè per Natale martedì 20 h 20,40

Martedì 20 meditazione del thè per Natale ore 20,45-22,30

Via Torretta 10 c/o Studio Yoga Anuttara.

E’ un’ occasione per sperimenatre la consapevolezza-mindfulness come insegnata dal maestro Thich Nhat Hanh!

-per thè si intende un infuso che non è thè (Camelia Sinensis) e quindi possiamo tutti consumarlo

-ognuno porterà il suo bicchiere

-siamo invitati a portare qualcosa attinente il Natale e la luce e  tutte le feste di luce di questo periodo come Channukkha: poesie brevi, non ermetiche o intellettualistiche; preghiere, canzoni, ricordi personali sul Natale, esperienze attuali, un proprio disegno, un oggetto che ci mette in connessione con il Natale, uno strumento musicale.

Quando entriamo in sala di meditazione diciamo al Maestro/a del The se abbiamo portato qualcosa di cui sopra, in modo che il/la maestro/a del thè possa fare una “scaletta” dei tempi necessari.

Buon Natale di Gesù, Hannukkha  e tutte le feste di luce del mondo!

 

Domenica 9 ottobre Giornata di consapevolezza-mindfulness a Caprino Bergamasco

Nutrire il corpo e la mente, ascoltandone gli  spazi;

una posizione di meditazione seduta stabile e flessibile, rilassata e aperta;

coltivare una relazione consapevole con il cibo.


In uno splendido anfiteatro collinare, intatto, sulla fascia collinare tra Lecco e Bergamo, a pochi passi da Milano, saremo ospitati nel Centro di ritiri yoga Anuttara.
Saremo guidati da Roberta Arlenghi, fondatrice del Centro, e da Matteo Zanella, sostenuti dal Sangha di Bergamo insieme con gioia e gratitudine nella tradizione di Thich Nhat Hanh.
Con Roberta, che conosce per esperienza diretta il Sangha, coltiveremo l’atteggiamento meditativo che sostiene una posizione di meditazione seduta, comoda, rilassata, aperta. Dopo una meditazione dell’uva e una pausa, pranzeremo  in consapevolezza.
Dopo un tempo personale per riposo praticheremo la meditazione camminata all’aperto. Leggeremo alcune pagine dal libro di Thich Nhat Hanh Mangiare in consapevolezza (How to eat), e dal libro del Maestro e di Lilian Cheung  Mangiare Zen (Savor / Mindful Eating, Mindful Living); Thich Nhat Hanh e Lilian Cheung (Docente di Nutrizione presso il Dipartimento di Salute Pubblica dell’Università di Harvard) insieme hanno guidato pasti in consapevolezza presso la Mensa aziendale di Google. Infine condivideremo in cerchio:

-sulla nostra esperienza della giornata

-sulla nostra relazione con il cibo, condivideremo non su cosa mangiamo (diete ecc.), ma come mangiamo nella nostra vita quotidiana, dove mangiamo, con chi mangiamo.


Qualche anno fa domandai a un gruppetto di bambini: “Perchè facciamo colazione?”. Uno rispose: “Per fare una scorta di energia”. Un altro disse: “Facciamo colazione per fare colazione”. Credo che il secondo bambino abbia colto nel segno. Lo scopo del mangiare è mangiare.
  Mangiare un pasto in consapevolezza
(mindfulness) è una pratica importante. Spegniamo la TV, posiamo il giornale e per cinque o dieci minuti lavoriamo insieme apparecchiando e sbrigando le ultime faccende. In questi pochi minuti possiamo essere molto felici. Quando il cibo è in tavola e tutti sono seduti, pratichiamo la respirazione consapevole: “Inspirando mi calmo. Espirando, sorrido”, per tre volte. Bastano tre respiri come questi per tornare perfettamente in equilibrio.
  Poi, guardiamo i commensali a uno a uno, inspirando e espirando, per stabilire un contatto con noi stessi  e con tutti i presenti. Non servono due ore per vedere l’altro. Se siamo in contatto profondo con noi stessi, ci basterà guardarlo per uno o due secondi. Direi che per una famiglia di cinque persone servono da cinque a dieci secondi, per la pratica del ‘guardare e vedere’. (…) 
Thich Nhat Hanh 

Orario dell’incontro: dalle 9,00 alle 17 circa. Per permettere e beneficiare del clima di attenzione e condivisione siamo invitati  a arrivare con puntualità e a partecipare a tutta la giornata. La pratica inizierà alle 9,30.
Luogo dell’incontro:  Caprino Bergamasco (BG), Centro di ritiri yoga Anuttara, si raccomanda il più possibile la condivisione delle auto, anche per la scarsità del parcheggio in zona collinare   http://www.anuttara.it/index.php?lang=it
Costo: 15 euro (25 per le coppie) interamente devoluti al Centro di meditazione Avalokita a Villa Rossi, Castelli, Abruzzo https://avalokita.it/
Cosa Portare:
-portiamo da casa in un contenitore ecologico, cioè da non buttare, il proprio pasto leggero, non troppo liquido (potrebbe rovesciarsi, in caso di maltempo mangeremo in Sala Yoga). Vegetariano e senza bevande alcoliche, come in ogni Ritiro di meditazione o yoga. Se ci è possibile portiamo da casa una tisana o thè caldo da condividere. Possibilmente non piatti e bicchieri di plastica.
-indumenti comodi, abbastanza caldi, calze pesanti; calzature comode; ombrello o mantellina da pioggia; il luogo è provvisto di cuscini da meditazione e alcune sedie.

Come iscriversi: email a [email protected] -Matteo- specificando con chi viaggiate, con quante auto. Se troppe auto, daremo indicazione di incontrarci a un parcheggio in paese; nell’email fornite anche il vostro numero di cellulare.

Roberta Arlenghi , figlia di un’ Infermiera e di un Chirurgo, ha perso il primo papà all’età di 5 anni, deceduto dopo lunga malattia, maturando doti singolari di attenzione e cura durante le sue lezioni di yoga (che sono una meditazione che dura quasi due ore).  Ha incontrato lo yoga Iyengar durante il periodo universitario , più di vent’anni fa, trasmesso “puro e rigoroso” dagli insegnamenti di Christian Pisano (uno dei tre Senior Masters al mondo nominati dal Maestro Iyengar). Ha studiato e praticato con Renato Turla che la fece incontrare  con Dona Holleman.
Dal 1986 ad oggi ha seguito e portato a termine 2 corsi istruttori diretti da C. Pisano, ad altrettanti ha preso parte in qualità di assistente : a Bergamo, nel primo centro di yoga da Roberta fondato (1994) e a Lione.
Ha affiancato il suo maestro per 2 anni ininterrottamente in Francia, Inghilterra, America, Italia in occasione di seminari, intensivi, convention, megaclass da lui dirette, nonché in India presso il Ramamani Iyengar Memorial Yoga Institute (RIMYI) dove ha preso parte ai corsi “General Classes” ed “Intensives”.
Ha fondato con Christian Pisano l'”Institut de yoga Iyengar de Nice”, rinomata scuola di formazione per insegnanti Iyengar diretta oggi dallo stesso Pisano e da June Whittaker.
Si è diplomata (Introductory level two) nel 2006.
Matteo Zanella ha incontrato le pratiche del maestro buddhista zen vietnamita Thich Nhat Hanh (detto Thay)  nel 1994 e nel 2002 è stato ordinato come laico nell’Ordine dell’Interessere (fondato  da Thich Nhat Hanh nel 1966 in Vietnam durante la Guerra, poco prima del suo esilio). A 11 anni incontrò le arti marziali orientali; a 17 anni ha incontrato  lo yoga praticandolo molto discontinuamente fino a un approfondimento grazie all’incontro con le pratiche di Thay. Ha soggiornato  per studio e pratica in Cina, Vietnam, Israele/Palestina, India.
Medico di famiglia (medico di base) dal 1994, in questo ambito dal 2010 è il medico di Casa Raphael a Bergamo, una piccola casa alloggio per 12 malati di AIDS anche “terminali”. Dal 1996 pratica agopuntura, medicina erboristica cinese e in seguito anche occidentale e terapia con i funghi vitali. Nel 1995 ha lavorato come Medico nel Carcere di Bergamo. Nell’adolescenza ha iniziato a coltivare interessi nella nutrizione umana grazie ai colloqui con suo padre Medico Veterinario, dotato di mente aperta e ancora vivente,  che pur lavorando nell’ambito della zootecnia diceva: “La nostra specie, in linea generale, non ha bisogno di carne” (quando andò in pensione disse: “Ho passato una vita a sfruttare gli animali“;  si nutrì vegetariano per 6 anni).

 

Thich Nhat Hahn – Messaggio al Summit in Vaticano sulla schiavitù

Thich Nhat Hahn – Messaggio al Summit in Vaticano sulla schiavitù

Il discorso in Vaticano, 2 dicembre 2014
SUMMIT DEI LEADER SPIRITUALI DEL MONDO PER PORRE FINE ALLA MODERNA SCHIAVITU’ E AL TRAFFICO UMANO

Letto dalla Venerabile Monaca Thich Nu Chan Khong, la più anziana dei suoi studenti monastici (perchè Thay era malato e pertanto non ha potuto partecipare personalmente).

Vostra Santità, Vostre Eccellenze, Vostre Eminenze, cari sommi Venerabili, distinti Ospiti, Signore e Signori: per favore consentitemi di leggere le parole che il nostro amato Maestro, il Maestro Zen Thich Nhat Hanh, intendeva rivolgerVi qui oggi.

“Siamo grati di riunirci oggi per annunciare al mondo il nostro impegno a lavorare insieme per mettere fine alla moderna schiavitù, appellarci a coloro che trafficano in esseri umani affinché pongano fine al loro sfruttamento e chiedere alle organizzazioni e ai leader mondiali di proteggere la dignità di queste giovani donne, di questi uomini e bambini. Essi sono  nostre figlie e nostri figli, nostre sorelle e nostri fratelli.

E’ chiaro che in questa era di globalizzazione ciò che accade a uno di noi accade a tutti noi. Siamo tutti interconnessi e siamo tutti corresponsabili. Ma anche con la più grande buona volontà, se siamo trascinati via dalle nostre quotidiane preoccupazioni per i bisogni materiali e per il benessere emotivo, saremo troppo occupati per poter realizzare la nostra comune aspirazione. La contemplazione deve andare insieme all’azione. Senza una pratica spirituale abbandoneremo molto presto il nostro sogno.
Ognuno di noi, in accordo con gli insegnamenti della propria tradizione, dovrebbe praticare il toccare profondamente le meraviglie della Natura, le meraviglie della vita in ognuno di noi, il Regno di Dio in ognuno di noi, la Terra Pura, il Nirvana in ognuno di noi, così che possiamo trovare guarigione e nutrimento, la gioia e la felicità che nascono dalla visione profonda che il Regno di Dio è già disponibile qui ed ora. Il sentimento di amore e ammirazione per la natura, che tutti condividiamo, ha il potere di nutrirci, unirci e rimuovere ogni separazione e discriminazione.
Essendo in contatto con tutto ciò che porta freschezza e guarigione, possiamo liberare noi stessi dalle nostre preoccupazioni quotidiane per il benessere materiale e avere molto più tempo ed energia per realizzare il nostro ideale di portare libertà e compassione a tutti gli esseri viventi. Come dice il Vangelo: “Non preoccuparti per quello che mangerai o berrai o indosserai. Cerca prima il Regno di Dio e tutto ciò ti sarà dato. Non preoccuparti per il domani. Il domani si prenderà cura di sé”.
Nel nostro lavoro per porre fine alla moderna schiavitù, dobbiamo trovare il tempo per prenderci cura di noi stessi e prenderci cura del momento presente. Facendo questo possiamo trovare un po’ di pace nel nostro corpo e nella nostra mente per proseguire il nostro lavoro.
Abbiamo bisogno di riconoscere e abbracciare la nostra personale sofferenza, la nostra rabbia, paura e disperazione, così che l’energia della compassione possa permanere nei nostri cuori. Quando abbiamo più chiarezza nella nostra mente, avremo compassione non solo per le vittime, ma anche per gli stessi trafficanti. Quando vediamo che i trafficanti hanno sofferto, possiamo aiutarli a risvegliarsi e mettere fine a quello che stanno facendo. La nostra compassione può essere d’aiuto per trasformarli in amici e alleati della nostra causa.
Per sostenere il nostro lavoro di compassione, abbiamo tutti bisogno di una comunità spirituale che ci sostenga e protegga, una vera comunità, dove ci siano vera fratellanza e sorellanza, compassione e comprensione. Non dovremmo fare questo lavoro come cavalieri solitari, guerrieri solitari. Le radici della moderna schiavitù si estendono in profondità e le cause e le condizioni, le reti e le strutture che le sostengono sono complesse.
Questo è il motivo per cui abbiamo bisogno di costruire una comunità che può continuare questo lavoro di proteggere la vita umana non fino al 2020, ma a lungo nel futuro.
Il mondo nel quale viviamo è globalizzato, e così anche lo è questa nuova forma di schiavitù, che è connessa con i sistemi economici, politici e sociali. Per questo anche la nostra etica e morale necessitano di essere globalizzate.
Un nuovo ordine globale, richiede un nuovo ordine etico. Dobbiamo sederci insieme, persone di molte tradizioni, come stiamo facendo ora, per trovare le cause di questa sofferenza. Se guardiamo profondamente insieme, con chiarezza, calma e pace, comprenderemo le cause della moderna schiavitù e troveremo una via di uscita.”

Thich Nhat Hahn - Summit in Vaticano

Thich Nhat Hanh – L’eremita e la sorgente

Thich Nhat Hanh – L’eremita e la sorgente

Un racconto per bambini sull’infanzia di Thay: traduzione italiana e scansione delle immagini a cura del caro amico Riccardo Grosso, insegnante di yoga e praticante nel sangha di Piacenza, che ringraziamo.

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Consapevolezza – Mindfulness

Consapevolezza – Mindfulness: vivere nel momento presente

La presenza mentale o consapevolezza – mindfulness è il cuore dell’insegnamento del Buddha. La consapevolezza – mindfulness è l’energia che ci riporta al presente: coltivarla in noi stessi è coltivare il Buddha che è dentro di noi, è coltivare lo Spirito Santo.
(…) La nostra attenzione può essere appropriata (…), come quando dimoriamo pienamente nel momento presente, o inappropriata (…), come quando prestiamo attenzione a qualcosa che ci distrae  dal qui e ora. Un buon giardiniere sa come far crescere fiori dal compost di rifiuti organici; allo stesso modo la consapevolezza – mindfulness accetta ogni cosa senza giudicarla né reagire. E’ onnicomprensiva e amorevole. (…)

Il “primo miracolo della consapevolezza – mindfulness” è essere presenti e in grado di entrare in contatto profondo con il cielo azzurro, un fiore, il sorriso della nostra bambina.

Il “secondo miracolo della consapevolezza – mindfulness” è rendere presente anche l’altro: il cielo, il fiore, la nostra bambina. Nel poema epico vietnamita La storia di Kieu, la protagonista torna a casa dell’amato Kim Trong e lo trova profondamente addormentato alla scrivania, con la testa china su una pila di libri. Kim Trong sente i passi di Kieu e chiede, non ancora del tutto sveglio: “Ci sei davvero o sto sognando?”. Kieu risponde: “Ora abbiamo l’opportunità di vederci chiaramente l’un l’altra; ma se non viviamo pienamente questo momento, sarà soltanto un sogno”. Tu e la persona che ami siete lì insieme: avete la possibilità di vedervi realmente l’un l’altra. Ma se non siete pienamente presenti, ogni cosa sarà come un sogno.Consapevolezza - Mindfulness

Il “terzo miracolo della consapevolezza – mindfulness” è nutrire l’oggetto stesso dell’attenzione. Quand’è stata l’ultima volta che hai chiesto alla persona che ami: “Chi sei amore mio?”, guardandola negli occhi? Non accontentarti di una risposta superficiale. Chiedi di nuovo: “Chi sei che hai preso la mia sofferenza come tua sofferenza, la mia felicità come tua felicità, la mia vita e la mia morte come la tua vita e la tua morte? Amore mio, perchè non sei una goccia di rugiada, una farfalla, un uccello?”. Chiedilo con tutto te stesso. Se non presti la giusta attenzione alla persona che ami commetti una specie di omicidio. Quando siete in auto insieme, se sei perso nei tuoi pensieri, se dai per scontato di sapere tutto di lei, lei morirà poco a poco. Con la presenza mentale (mindfulness), invece, la tua attenzione darà acqua al fiore che appassiva: “So che sei qui, al mio fianco, e questo mi rende molto felice”. L’attenzione ti mette in grado di scoprire molte bellissime cose nuove: le sue gioie, i suoi talenti nascosti, le sue aspirazioni più profonde. Come puoi dire di amarla, se non pratichi l’attenzione appropriata?

Il “quarto miracolo della consapevolezza – mindfulness” è alleviare la sofferenza dell’altro. “So che stai soffrendo. Per questo sono qui per te”. Lo puoi esprimere con queste parole oppure solo con uno sguardo. Se non sei davvero presente, se stai pensando ad altre cose, il miracolo di alleviare la sofferenza altrui non si può realizzare.
Sai bene che avere un amico che sia davvero presente nei momenti difficili è una benedizione. Volere bene significa nutrire l’altro con l’attenzione appropriata. Quando pratichi la consapevolezza – mindfulness rendi presente te stesso e l’altro allo stesso tempo: “Caro (o cara), so che sei qui. La tua presenza è preziosa, per me”. Se non esprimi questo sentimento quando siete insieme, nel caso la persona amata morisse in un incidente non potresti fare altro che piangere, per il rimpianto di non essere stati capaci di rendervi felici l’un l’altro.
Sedersi in maniera stabile e solida accanto a qualcuno che sta per morire può bastare, di per sé, ad aiutarlo a lasciare questa vita senza problemi. La tua presenza è come un mantra, parola sacra che ha poteri di trasformazione; quando corpo, parola e mente sono in unità perfetta, quel mantra è efficace perfino prima di essere pronunciato. Una volta che ti sarai calmato e che hai smesso di lasciarti disperdere, avrai la mente focalizzata in un punto solo e sarai pronto a cominciare a guardare in profondità.

Il “quinto miracolo della consapevolezza – mindfulness” è l’osservazione profonda (vipasyana), che è anche il secondo aspetto della meditazione. Se sei calmo e concentrato, sei veramente disponibile all’osservazione profonda: illumini l’oggetto della tua attenzione con la luce della consapevolezza e insieme illumini anche te stesso; osservi l’oggetto della tua attenzione e insieme vedi la tua coscienza-deposito piena di gemme preziose.

Il “sesto miracolo della consapevolezza – mindfulness” è la comprensione. Quando comprendiamo qualcosa, spesso diciamo: “Vedo”; infatti vediamo qualcosa che prima non avevamo visto. Vedere e comprendere vengono da dentro di noi. Quando siamo consapevoli, in contatto profondo con il momento presente, possiamo vedere e ascoltare a fondo; i frutti sono sempre comprensione, accettazione, amore e il desiderio di alleviare le sofferenze e di portare gioia. La comprensione è il reale fondamento dell’amore. Quando comprendi qualcuno non puoi non amarlo.

Il “settimo miracolo della consapevolezza – mindfulness” è la trasformazione. Praticando la consapevolezza – mindfulness entriamo in contatto con gli elementi curativi e rasserenanti della vita e cominciamo a trasformare la nostra sofferenza e quella del mondo. Desideriamo vincere una cattiva abitudine, per esempio il fumo, per la salute del corpo e della mente; quando cominciamo a praticare, l’energia dell’abitudine è maggiore di quella della presenza mentale (mindfulness), quindi non ci aspettiamo di smettere di fumare dall’oggi al domani. Basta che quando fumiamo sappiamo che stiamo fumando. Continuando a praticare, osserviamo in profondità e vediamo gli effetti del fumo sul corpo, sulla mente, sulla famiglia e sulla comunità; allora decidiamo davvero di smettere. Non è facile, ma la pratica della consapevolezza – mindfulness ci aiuta a vedere con chiarezza il desiderio e i suoi effetti, e alla fine troviamo il modo di smettere di fumare. Il Sangha è importante. Un uomo venuto a Plum Village raccontava di aver cercato di smettere per anni senza riuscirci; a Plum Village aveva smesso di fumare il primo giorno, tanto era forte l’energia del gruppo.”Qui non fuma nessuno. Perchè dovrei farlo io?”. Possono volerci anni per trasformare un’abitudine, ma quando ci riusciamo arrestiamo la ruota del samsara, il circolo vizioso di sofferenza e confusione che ha continuato a girare per così tante vite.
Praticare i sette miracoli della consapevolezza – mindfulness ci aiuta condurre una vita felice e sana, trasformando la sofferenza e portando pace, gioia e libertà.

Nel Discorso sui quattro fondamenti della consapevolezza (Satipatthana Sutta) il Buddha indica quattro oggetti per la pratica della consapevolezza – mindfulness: il corpo, le sensazioni, la mente e gli oggetti mentali. (…)

Thich Nhat Hanh
(liberamente tratto da Il cuore dell’insegnamento del Buddha, Neri Pozza editore, cap. 11)

Thich Nhat Hanh – Essere Spirituali nel XXI secolo

Thich Nhat Hanh – Essere Spirituali nel XXI secolo.

E’ stato detto che il 21° secolo sarà un secolo di spiritualità; penso che dovrà essere un secolo di spiritualità se desideriamo sopravvivere. C’è così tanta violenza, così tanta sofferenza, così tanta disperazione, confusione e paura. Pertanto deve essere un secolo di spiritualità, o non essere nessun secolo.

La spiritualità è qualcosa che possiamo coltivare. Essere spirituali significa essere stabili, calmi e pieni di pace, significa essere capaci di guardare profondamente in noi e intorno a noi. Significa avere la capacità di avere cura delle nostre afflizioni, della nostra rabbia, avidità, disperazione e discriminazione. E’ essere capaci di vedere la natura dell’ interessere tra persone, nazioni, etnie e tutte le forme di vita. La spiritualità non è più un lusso; abbiamo bisogno di essere spirituali per superare le difficoltà dei nostri tempi.

Thich Nhat Hanh - Essere SpiritualiDa soli siamo vulnerabili, ma praticando con i fratelli e le sorelle, possiamo sostenerci l’un l’altro. Non possiamo raggiungere l’oceano come singole gocce d’acqua, evaporeremmo prima di raggiungere la nostra destinazione. Ma se diventiamo un fiume, se camminiamo come Sangha, siamo sicuri che arriveremo all’oceano. Prendere rifugio in un Sangha permetterà al Sangha di trasportarci e soffriremo meno. (…)

Gesù Cristo non ebbe molti anni per costruire il suo Sangha, ma trascorse tanto tempo con i suoi discepoli e insegnò loro molto bene. Insegnò loro come camminare, come entrare in un villaggio, come comunicare con le persone del villaggio, come sedersi, come mangiare, come salutarsi, in modo molto simile a come il Buddha insegnò ai suoi monaci e monache. (…)

Sia che viviamo a Amsterdam, Londra, Monaco o New York, costruire il Sangha è il nostro compito. Abbiamo bisogno gli uni degli altri per praticare la stabilità, la libertà e la compassione; con la nostra pratica possiamo ricordare alle persone nella nostra società che c’è sempre speranza, il cielo azzurro è sempre qui, il Regno dei Cieli è sempre a portata di mano. Dovremmo camminare e respirare in modo tale che il Regno dei Cieli, la Terra Pura del Buddha siano qui e ora ad ogni passo, in ogni respiro. Questo è ciò che dovremmo fare. (…)

Thich Nhat Hanh, in Friends on the path / Living spiritual communities Parallax Press, Berkeley, California